lunedì 17 giugno 2013

Diabete e sport: chi dice che sono inconciliabili?








di Giovanna Corona Nutrizionista



Il diabete mellito è una patologia cronica caratterizzata da un'elevata concentrazione di glucosio nel sangue. Il vero problema risiede della produzione di insulina, ad opera delle cellule beta del pancreas.

In risposta ad un innalzamento di glucosio nel sangue, in condizioni ordinarie, le cellule beta secernono insulina, un ormone che interviene abbassando, appunto, il glucosio e ristabilendone la concentrazione fisiologica.

Esistono due casi, però, in cui questo processo non avviene o non avviene in maniera efficiente e sufficiente:

1) Il sistema immunitario riconosce le cellule beta come "non self" e le attacca, distruggendole, per cui l'insulina non viene prodotta. E' il caso, questo, del DIABETE MELLITO DI TIPO I, detto anche insulino - dipendente. Compare in giovane età, in soggetti predisposti geneticamente, ma non è detto che sia ereditario. E' detto insulino - dipendente perché chi ne è colpito dovrà, per tutta la vita, assumere dosi di insulina esterne.

2) Nonostante la produzione di insulina, questa sembra non essere sufficiente ad abbassare la concentrazione di glucosio nel sangue. In questo caso di parla di DIABETE MELLITO DI TIPO II, detto anche insulino - resistente. Compare, generalmente, dopo i 40 anni, prevalentemente in soggetti già predisposti a causa di errati stili di vita: sovrappeso o obesità, sedentarietà, accumulo di grasso viscerale, alimentazione eccessivamente ricca di grassi e zuccheri ad alto indice glicemico. In questo caso si interviene in primis modificando il proprio stile di vita, ma anche con terapie farmacologiche e, se queste non dovessero essere sufficienti, con iniezioni di insulina.

Chi è affetto da diabete, però, non deve precludersi la possibilità di svolgere le normali attività quotidiane o la possibilità di coltivare le proprie passioni, anche e soprattutto in campo sportivo.

Nell'ultimo secolo abbiamo avuto numerosi esempi di atleti diabetici, ai quali la malattia non ha impedito di raggiungere grandi risultati e grandi soddisfazioni sportive. E' il caso di: Paul Aaron Scholes, uno dei migliori centrocampisti inglesi, componente della nazionale, ha svolto interamente la sua carriera nel Manchester United; Sugar Ray Robinson, uno dei migliori pugili statunitensi di tutti i tempi, vincitore dei mondiali di pugilato nella sua categoria per ben 5 volte, negli anni '50; Nicolas Amodio, un calciatore più vicino a noi, che per anni ha svolto la sua carriera sportiva in Italia.

In realtà, lo sport non è da vietare a chi è affetto da diabete, ma, al contrario, andrebbe prescritto a tutti. Da sempre è noto che le attività aerobiche (camminare, nuotare, fare jogging, andare in bici, ecc) favoriscono un abbassamento dei livelli di glucosio nel sangue perché vengono utilizzati i trigliceridi muscolari, di conseguenza si abbassa il livello di questi ultimi e viene stimolata l'attività della AMP - chinasi, che fa sì che il muscolo si apra per "accogliere" il glucosio, che viene, quindi, sottratto dal sangue. Di contro, però, recenti studi hanno dimostrato che anche un allenamento anaerobico, accoppiato ad un allenamento aerobico, può dare un grande aiuto nella lotta ai livelli elevati di glucosio.

L'allenamento anaerobico è un lavoro mirato al potenziamento muscolare e non al consumo di energia, come l'allenamento aerobico. Il muscolo, però, "si nutre" di glucosio, per cui, una volta aperto l'ingresso al muscolo per il glucosio attraverso l'allenamento aerobico, con l'allenamento muscolare si va a sollecitare la richiesta di glucosio da parte dei muscoli stessi, abbassandone il livello nel sangue.

L'allenamento aerobico, però, deve essere ben programmato in base alle caratteristiche soggettive dello sportivo e deve essere regolato con il monitoraggio del battito cardiaco, non inferiore al 50% della frequenza cardiaca massima. Se il soggetto ha un BMI < 27 il battito cardiaco può arrivare anche all'80% della frequenza cardiaca massima.

L'allenamento con i pesi, invece, svolto con le macchine a contrappeso o con i pesi liberi, deve essere prevalentemente concentrato su esercizi di spinta e trazione degli arti superiori ed inferiori ed esercizi di flesso - estensione del busto. Per raggiungere risultati ottimali si possono aggiungere, infine, esercizi per la flessibilità del corpo, come lo stretching.

Naturalmente lo sport dà risultati ottimali quando associato ad una dieta ad hoc e ad uno stile di vita salutare. E' buona norma, quindi, per gli sportivi diabetici (ma, in generale, per tutti), mantenere un'alimentazione molto varia, ricca di fibre e cereali integrali, di frutta e verdura, che abbia un indice glicemico (o, meglio ancora, un carico glicemico) basso, in modo da non favorire gli improvvisi picchi di glicemia.


Riassumendo, si possono suggerire alcune semplici regole per gestire al meglio il diabete senza perdere la possibilità di dedicarsi a sé stessi ed alle proprie passioni sportive:

1) Mangiare in maniera sana ed equilibrata

2) Non saltare i pasti

3) Non mangiucchiare qualunque cosa capiti a tiro

4) Mantenere un'alimentazione priva (o povera) di grassi, prediligere i grassi vegetali a quelli animali

5) Mangiare molta frutta e verdura, fibre, cereali integrali e legumi

6) Preferire la carne magra a quella grassa ed alternarla con il pesce

7) Evitare di assumere troppi carboidrati in un solo pasto

8) Eliminare bibite gassate e zuccherate

9) Non fumare (o smettere se si è iniziato)

10) Praticare le attività più consone al proprio modo di essere, quelle che piacciono e per le quali ci si sentge più portati, non costringendosi a fare ciò che non si vuole

11) Mantenere un peso forma

Naturalmente, queste sono regole che si trovano a monte di una qualunque terapia farmacologica che il medico, e solo lui, potrà prescrivere e dovrà essere seguita scrupolosamente.

Si consiglia, in ogni caso, di tenere sempre a portata di mano dei prodotti zuccherati, utili qualora dovesse presentarsi un'ipoglicemia.



Buon allenamento!

giovedì 6 giugno 2013

ALIMENTAZIONE E CICLISMO: I NUTRIENTI – I parte




Molti anni sono passati dalle foto in bianco e nero di Coppi e Bartali alle prese con strade sterrate e biciclette improponibili. Oggi il mercato offre biciclette supertecnologiche e test per programmare minuziosamente gli allenamenti. Però, come allora, un settore che viene troppo spesso trascurato è proprio quello dell’alimentazione e dell’integrazione nella pratica di questo sport.

Molte volte i ciclisti fanno tantissima fatica senza accorgersi che il risultato migliore deriva facendo coincidere tutti i componenti della forma fisica e del benessere: buon allenamento, giusto riposo e corretta alimentazione.

L’importanza dell’alimentazione per la resa sportiva è una realtà ormai consolidata: per questo motivo, ogni ciclista, per ottimizzare le proprie prestazioni, deve conoscere cosa sono le proteine, i carboidrati, i grassi, le vitamine e i sali minerali. E non solo. Deve, inoltre, sapere a cosa servono questi elementi, in quali momenti della giornata è meglio assumerli e come cambiano le loro proporzioni secondo i periodi di allenamento.


I nutrienti sono suddivisi in:
macronutrienti;
micronutrienti.

Nel primo gruppo vi sono proteine, carboidrati, grassi e acqua. Nel secondo troviamo vitamine, sali minerali e oligoelementi.

Vediamo ora, più in dettaglio, i macronutrienti.

Le proteine sono composti formati da catene di amminoacidi che si legano tra loro mediante un legame peptidico e costituiscono la materia fondamentale delle cellule. Rappresentano, inoltre, il 14-20% del peso corporeo totale. I composti di natura proteica sono strutturalmente presenti nei geni, nell’emoglobina e in molti ormoni che regolano importanti funzioni biologiche. Altre forme proteiche, come enzimi e globuline, sono fondamentali per la vita stessa dell’individuo. Per questo motivo la richiesta proteica dell’organismo è alta e il rifornimento deve essere sempre equilibrato.


L’apporto proteico nello sportivo va calcolato in base alla massa muscolare: è errato considerare il quantitativo di proteine da assumere giornalmente in base al peso della persona. Due individui del medesimo peso ma con diversa composizione corporea hanno esigenze plastiche, e quindi proteiche, nettamente differenti: maggiore è la massa muscolare, maggiore sarà la richiesta proteica. Nell’atleta in accrescimento muscolare (sport di potenza) l’apporto proteico può raggiungere 2.5 g/kg di peso corporeo, contro 0.8 g/kg di peso corporeo nel soggetto sedentario. 

  
 I carboidrati sono composti organici che forniscono energia di pronto utilizzo. Rappresentano il combustibile per tutti i processi organici e sono la componente principale della dieta del ciclista: i carboidrati dovranno essere abbondanti sia nella preparazione che nella competizione. Prima di essere assorbiti, i carboidrati vengono scissi fino ad ottenere il glucide fondamentale per l’organismo: il glucosio, costituente essenziale del sangue. Se il suo livello scende al di sotto dei valori medi (65-75 mg/100 ml) l’organismo ricorre alla glicogenolisi, cioè alla conversione del glucosio epatico in glucosio ematico. Maggiore è la scorta di glicogeno e maggiore sarà la capacità di sostenere uno sforzo: tutti i ciclisti, infatti, conoscono la crisi di fame o le cadute di prestazione tipiche dell’ipoglicemia. Per tale motivo è importante per il ciclista assumere un carico di carboidrati pari al 55-70% delle kcal totali giornaliere.

I grassi costituiscono la principale e più cospicua riserva di energia del nostro organismo: è dunque importante che nella dieta del ciclista sia presente una buona quota calorica derivante dai grassi. A parità di peso, i grassi forniscono più del doppio delle calorie rispetto ai carboidrati. Inoltre, sono essenziali per la formazione e il funzionamento delle membrane cellulari, per l’assorbimento di alcune vitamine e fungono da trasportatori di alcune sostanze.

Le attività a base aerobica, come le corse di gran fondo, promuovono l’utilizzo dei grassi come substrato energetico. I grassi dovrebbero corrispondere a circa il 15-20% dell’apporto calorico giornaliero ma, questo valore, cambia notevolmente negli sport invernali, dove si raggiungono quote caloriche pari al 30-35% delle kcal totali giornaliere.

 L’acqua è l’elemento più rappresentativo del corpo umano e in essa sono disciolti tutti i sali minerali e i composti necessari alla vita. L’acqua svolge una funzione costruttiva, in quanto è il veicolo che trasporta le sostanze necessarie, ma anche depurativa, perché trascina con sé tossine e scorie che devono essere eliminate tramite sudore, urine e feci. Inoltre, rientra nella regolazione della temperatura corporea e non fornisce calorie.
In generale, ogni kcal introdotta con l’alimentazione richiede un cm3 di acqua, quindi ogni aumento calorico deve corrispondere ad un aumento dell’apporto idrico.


Quando l’acqua eliminata supera l’acqua introdotta insorge la sete, che è lo stimolo più importante ed impellente che l’organismo ci trasmette. Un organismo ben idratato risponde meglio allo stress ossidativo indotto dall’attività fisica. Infatti, disidratazione ed ipoglicemia sono i due fattori chiave che condizionano negativamente la performance del ciclista

Dagli alimenti un aiuto per sconfiggere il colesterolo.




I fitosteroli sono composti lipofili di origine vegetale con una struttura analoga a quella del colesterolo, le cui proprietà ipocolesterolemizzanti sono note da molti anni. Gli alimenti maggiormente ricchi in fitosteroli sono gli olii vegetali, la frutta secca (noci, nocciole, mandorle), le verdure e yogurt addizionati. L’azione benefica di questi alimenti è quella di ridurre i livelli di colesterolo plasmatico che rappresenta un importante fattore di rischio per lo sviluppo di malattie cardiovascolari. Numerose evidenze scientifiche hanno dimostrato, che tramite una regolare assunzione di 2 g di steroli vegetali al giorno, sia essa di natura alimentare o integrata, si ottiene un abbassamento già dopo 3/6 settimane del colesterolo LDL dell’8-10%. 
Per potenziare l’effetto è comunque necessario seguire uno stile di vita sano e una dieta equilibrata, ricca in fibre e povera di acidi grassi saturi e colesterolo. Bisogna tener presente che le persone che assumono regolarmente fitosteroli, hanno una riduzione plasmatica di beta-carotene e vitamina A ed E del 10-20%, per questo motivo è necessario promuovere un maggiore consumo di alimenti ricchi in carotenoidi.  Anche la soia sembra avere un importante azione ipocolesterolemizzante. 
Nel 1999, la Food and Drug Administration (FDA), sulla base di numerose evidenze scientifiche, ha riconosciuto gli effetti favorevoli della soia sul colesterolo LDL. Questi studi riportano, che un consumo giornaliero di 25-40 g/die di soia diminuisce i livelli sierici di colesterolo LDL del 4- 8%, provocando di conseguenza una riduzione del rischio cardiovascolare del 6-10%. Attenzione però a non abusarne, in quanto la soia, essendo ricca di acido fitico, potrebbe ridurre l'assorbimento a livello intestinale di calcio ed altri minerali. 

sabato 1 giugno 2013

Corretta alimentazione sotto l'ombrellone. Prepariamo la nostra pelle all'arrivo dell'estate.





Dopo i lunghi mesi invernali è forte la tentazione di esporsi al sole e ottenere un colorito dorato ma i raggi UV possono essere causa di danni per la nostra pelle. Una buona abbronzatura passa anche attraverso una corretta alimentazione ed è per questo che dobbiamo imparare a preparare la pelle in anticipo attraverso una dieta che sia ricca in vitamine e antiossidanti per proteggerci dai danni della radiazione solare. Responsabile del cambiamento di colore della pelle è la melanina, un pigmento prodotto da cellule dell’epidermide, i melanociti, utile per la sua azione protettiva nei confronti dei raggi solari. Alcuni alimenti favoriscono la sintesi di melanina rappresentando così un valido aiuto per ottenere una bella abbronzatura, proteggere la pelle e prevenirne l’invecchiamento.                                                                                                                                                                                                                                                    Prima regola fondamentale è assumere alimenti ricchi di acqua, vitamine e sali minerali. L’acqua, in primis, è indispensabile per mantenere la cute ben idratata e per reintegrare le perdite di liquidi causate dall’aumentata sudorazione durante la stagione estiva. E’ bene però ricordare che non tutte le bevande favoriscono l’idratazione della pelle, anzi alcune di esse quali caffè, thè, bevande gassate e soprattutto alcolici fanno perdere acqua al nostro corpo. Dunque per una corretta idratazione in estate faremo bene a limitare il consumo di tali bevande e a preferire sempre l’acqua.                                                                                                                                                              Abbiamo detto quindi che per preparare la nostra pelle al sole dobbiamo aumentare le scorte di vitamine e antiossidanti, vediamo allora quali sono e in quali alimenti possiamo trovarli.
Per una buona preparazione alla tintarella non possono mancare licopene, beta-carotene, vitamine A, E e PP, ma anche zinco e selenio. Iniziamo dai carotenoidi che favoriscono la produzione di melanina e proteggono dai radicali liberi. Tra i cibi che ne contengono di più, prime fra tutti le carote, poi albicocche, melone, pomodori, fragole, mango, pesche, peperoni gialli e rossi, broccoli, rucola. Durante l’esposizione solare il fabbisogno di vitamine e carotenoidi aumenta per cui più essi sono presenti nel nostro organismo e più saremo protetti. Questi alimenti, inoltre, sono ricchi di acqua, di vitamine e di minerali come selenio e zinco. Il selenio potenza l’azione antiossidante della vitamina E e contrasta i radicali liberi, lo zinco è un potente antiossidante. Il licopene è un carotenoide presente in grandi quantità in pomodori, papaya, fragole, uva, anguria. Tra tutti i carotenoidi è quello con il maggior potere antiossidante ed è un mezzo per contrastare la comparsa di eritemi cutanei dovuti ai raggi UV. Il beta-carotene stimola la produzione di melanina mantenendo la pelle più giovane. Lo troviamo in misura maggiore nelle carote, le quali sono anche una buona fonte di vitamine A, E e PP. Le vitamine A ed E sono efficaci antiossidanti, la vitamina PP è utile nella rigenerazione dei tessuti e aiuta a prevenire le scottature. Le verdure di colore rosso-arancio, in generale, rappresentano una buona fonte di beta-carotene e provitamina A. Un’eccezione alla “regola del colore” è rappresentata da limoni e arance. Questi, infatti, hanno un elevato contenuto di vitamina C che ostacola la formazione di melanina. Anche il ferro, nel periodo estivo, non deve essere assunto in eccesso in quanto può favorire la formazione di radicali liberi. La vitamina E, preziosa alleata contro i radicali liberi, la troviamo in particolare nell’olio extravergine di oliva, nocciole, mandorle, avocado e tuorlo d’uovo. Il pesce rappresenta una fonte di acidi grassi essenziali Omega 3, di antiossidanti e di iodio il quale favorisce la trasformazione del carotene in vitamina A. Il pesce è, inoltre, una buona fonte di tirosina, un amminoacido precursore della melanina.


Ecco allora una guida rapida da portare con sè sotto l’ombrellone:
● Bere almeno 2 litri di acqua al giorno
● Mangiare frutta e verdura in abbondanza
● Ridurre l’apporto di zuccheri semplici e amido, preferire i cereali integrali
● Limitare le fritture e i grassi idrogenati presenti in brioches, biscotti e prodotti da forno
● Preferire il consumo di pesce
● Limitare il consumo di alcolici
● Ridurre il sale per combattere la ritenzione idrica

Ricordiamo, infine, che una corretta alimentazione ci permette di preparare la nostra pelle all’esposizione solare, limitando il rischio di eritemi e scottature ma che è fondamentale utilizzare sempre la crema solare più adatta al nostro fototipo per evitare spiacevoli inconvenienti.
Buona estate e ….. buona tintarella in tutta sicurezza!





Fattori alimentari protettivi in menopausa



Una corretta variabilità alimentare è in grado di garantire l’assunzione di una serie di sostanze, la cui attività biologica esplica proprietà salutistiche. Tali proprietà risultano di grande aiuto nella gestione di condizioni quali la menopausa.
Sappiamo che la menopausa è un evento fisiologico legato all’invecchiamento, vi è un aumento dei fenomeni ossidativi e per cui di radicali liberi. Questi ultimi non possono essere eliminati del tutto, ma è possibile contrastare e contenere i danni cellulari che possono causare, grazie a delle sostanze note come antiossidanti, prodotte dall’organismo (catalasi, superossido dismutasi), o introdotte con il cibo come la Vitamina C, la Vitamina E, l’Acido Lipoico e tante altre.
La capacità di una sostanza di assorbire i radicali liberi è espressa in Unità Orac , per cui tra 1000 e 2000 Orac avremo contenuti validi, tra 500 e 1000 contenuti medi, mentre al di sotto dei 500 bassi.
Per intenderci nel primo gruppo troviamo le fragole, i cavoli di bruxelles, la barbabietola, il pompelmo rosa; nella fascia intermedia i peperoni, le arance, le susine, l’uva nera, mentre tra i cibi contenenti fino a 500 unità troviamo pesche, banane, mele, pere, cavolfiore, fagiolini, cipolle e tanti altri.
Questi alimenti sono ricchi di sali minerali oltre che di vitamine, indispensabili per combattere sintomi come la stanchezza o l’emicrania.
L’azione svolta è più efficace se sinergica, per cui è importante variare e unire più cibi.
Altri composti presenti nei cibi e associati al miglioramento di alcuni sintomi della menopausa, sono i fitoestrogeni. Essi sono così chiamati per l’attività estrogenica o antiestrogenica che sono in grado di svolgere in funzione della dose assunta, attività che resta comunque inferiore di circa 100 volte rispetto agli ormoni estrogenici (es. estradiolo).  In questa classe di composti rientrano isoflavoni, lignani e cumestani e i primi sono quelli con azione simil-estrogenica più alta.
Tali molecole in seguito all’ingestione vengono convertite nella forma attiva ad opera della flora batterica, conversione che varia da soggetto a soggetto a seconda della composizione della flora stessa, del tempo d transito, del ph intestinale, di terapie farmacologiche o malattie intestinali.
In quali cibi si possono ritrovare in maggiori quantità?
Isoflavoni – Legumi, principalmente soia e derivati (latte di soia, tofu, farina di soia), ma anche lenticchie, piselli, fagioli e ceci.
Lignani  – Semi di lino, cereali integrali, mele, pere, ciliegie, aglio, cipolla.
Cumestani – Germogli, trifoglio.
Diverse sono le pubblicazioni riguardanti l’uso di isoflavoni nelle donne in menopausa ma anche in pre o post-menopausa; controversi i risultati per quanto riguarda l’associazione con l’insorgenza di  tumore.
Uno studio pubblicato il mese scorso su Breast Cancer Research and Treatment, compiuto su una popolazione europea, riporta che non vi sia associazione tra l’assunzione di flavonoidi e lignani e il rischio di cancro alla mammella.
Risultato differente è stato ottenuto da uno studio pubblicato qualche mese prima sull’International Journal of  Cancer che evidenzia un’associazione tra l’assunzione di supplementi di isoflavoni e la riduzione del rischio di cancro alla mammella in una popolazione di donne canadesi in post-menopausa.
Le popolazioni che traggono più vantaggio dall’assunzione di fitoestrogeni sono si certo quelle orientali, poiché l’assunzione è superiore e prolungata nel tempo, parliamo infatti di 100 mg/die contro 1 mg/die della popolazione europea.
Seppure contrastanti i dati riguardanti l’azione sul rischio di tumori ormono-dipendenti, questi composti presenti nei cibi sono in grado però di svolgere una serie di azioni utili nel miglioramento dell’assetto metabolico e nella gestione di alcuni sintomi menopausali, primo tra tutti le vampate di calore.
Bisogna ricordare, infatti, che la menopausa è un fattore di rischio cardiovascolare per le donne; la spesa energetica è ridotta, avviene un maggiore stoccaggio di adipe a livello addominale e in tempi rapidi la massa muscolare è sostituita da grasso  tra le miofribille; i cambiamenti ormonali comportano cambiamenti a livello dei lipidi costituenti le membrane; diminuisce l’efficienza dei recettori insulinici e si può instaurare insulino-resistenza.
Come sono d’aiuto gli isoflavoni?
Riducono l’aggregazione piastrinica e migliorano la reattività vascolare;
Hanno attività antiossidante: inibiscono l’ossidazione delle LDL e stimolano l’azione di enzimi antiossidanti;
Presentano effetti ipocolesterolemizzanti: migliorano l’attività dei recettori delle LDL e riducono l’assorbimento del colesterolo;
Svolgono azione di regolazione genica ad esempio diminuendo l’espressione di citochine pro-infiammatorie.
In particolare la genisteina, componente degli isoflavoni, sembra migliorare il quadro cardiocircolatorio, ridurre i sintomi post-menopausa e proteggere contro l’osteoporosi.
I legumi, elencati in precedenza, insieme alle verdure a foglia verde, alcuni tipi di pesce (sardine, acciughe, polpi, gamberi, cozze) hanno discreti contenuti in calcio, utile in questa fase del ciclo vitale per prevenire l’insorgenza di osteoporosi. Fonti importanti di calcio e vitamina D sono anche latte e derivati, preferibilmente scremati o parzialmente scremati, e formaggi di cui si dovrebbero prediligere quelli più magri e in quantità moderate per non eccedere con grassi saturi o colesterolo.
Infine, è vero che l’apporto di grassi va ridotto, soprattutto alla luce di un dispendio energetico diminuito, ma quelli di origine vegetale contenenti acidi grassi omega-3 (pesce,oli vegetali, noci e semi oleosi) restano indispensabili per contenere l’aumento di LDL e mantenere l’integrità di membrana.



Sport e idratazione





L’acqua riveste un ruolo importantissimo per tutti, ma in particolare per chi svolge attività sportiva. L’errore più comune, soprattutto nelle persone che praticano sport a livello amatoriale, è quello di reidratarsi solo quando cominciano ad avvertire la sensazione di sete. L’ideale invece per tutti è seguire le giuste raccomandazioni prima, durante e dopo l’esercizio fisico.
Prima dell’attività sportiva (almeno due ore prima) è importante assumere 400-600 ml di acqua al fine di ottimizzare lo stato di idratazione. Durante l’esercizio fisico, al contrario di quanto molti credono, la raccomandazione è di bere, sin dall’inizio 150-200 ml ad intervalli di 15-20 minuti al fine di mantenere il bilancio idrico. Più lungo e intenso è l’esercizio, più importante è bere adeguate quantità di acqua. Molti lavori scientifici mostrano il calo di rendimento sportivo legato alla disidratazione. Al termine dell’esercizio è altrettanto importante ripristinare le perdite.

Ma la domanda che molti si pongono è se l’acqua è sufficiente a compensare le perdite. Molti studi confermano che fino ad 1 ora, 1 e ½ , l’acqua è sufficiente ad idratare l’atleta, per sforzi di durata superiore invece, l’aggiunta di una giusta quantità di carboidrati e/o elettroliti è raccomandata.

lunedì 27 maggio 2013

I disturbi alimentari nella prima infanzia. Una prospettiva relazionale




Durante la prima infanzia l’alimentazione è l’attività sociale ricorrente che maggiormente influenza lo sviluppo della relazione tra madre e bambino. Il neonato è naturalmente predisposto a sviluppare una relazione con il caregiver (di solito la madre), anche la maturazione dei vari organi sembra collaborare all’andamento di tale attività, infatti, il neonato è in grado di vedere meglio oggetti posti a circa 25 cm di distanza, che è più o meno la stessa distanza dagli occhi della madre quando è al seno. (Ammaniti et al., 2004).
Tenendo conto di tali precoci interazioni la Dott.ssa Irene Chatoor propone una classificazione diagnostica per i disturbi alimentari nella prima infanzia. La classificazione clinico-evolutiva proposta da Chatoor, inclusa nella recente revisione della Classificazione Diagnostica della salute mentale e dei disturbi di sviluppo nell’infanzia (Zero-To-Three: National Center for Infants, Toddlers and Families, Washington DC USA, 2005),  si fonda su un modello diagnostico che prende in esame il disturbo del bambino in una prospettiva di sviluppo e relazionale, in cui le dinamiche precoci dello sviluppo dei pattern alimentari del bambino si intrecciano costantemente con le dinamiche relazionali del sistema di comunicazione affettiva genitore-bambino.

Nella classificazione 0-3 i disturbi alimentari vengono definiti come una difficoltà del bambino a stabilire pattern regolari di alimentazione con adeguata immissione di cibo (crescita irregolare non dovuta a cause organiche), il bambino non è in grado di regolare la propria alimentazione con i propri stati fisiologici di fame e sazietà, in particolare Irene Chatoor propone quattro sottogruppi diagnostici:
 Disturbo alimentare dell’omeostasi: si manifesta tra la nascita e i primi tre mesi di vita. Le difficoltà si riscontrano nello stabilire un’alimentazione regolare e calma. Il bambino è irritabile, iper-eccitabile, si distrae facilmente, mostra un’eccessiva sonnolenza e si fa fatica a svegliarlo al momento dell’allattamento. Mentre alcune madri riescono a modificare la loro stimolazione durante l’allattamento compensando la vulnerabilità del piccolo, altre non riescono e sviluppano stati d’ansia e depressione, intensificando così le difficoltà alimentari del figlio. Di solito in quest’ultimo caso la relazione madre-bambino è caratterizzata da scarsa reciprocità e inadeguato aumento di peso del piccolo. In molti casi il bambino con questo disturbo mostra difficoltà anche nelle fasi successive quando deve acquisire autonomia nell’alimentazione;
 Disturbo alimentare dell’attaccamento: si manifesta tra due e otto mesi. Rappresenta una mancanza di sintonizzazione affettiva madre-bambino in un momento in cui, invece, gli scambi visivi, sociali e tattili dovrebbero consolidare il legame. Durante i pasti emergono assenza di coinvolgimento, di piacere reciproco, di contatto fisico e di scambi comunicativi e affettivi. Il bambino mostra una mancanza di risposte sociali appropriate all’età, come il sorriso, la reciprocità vocale e il contatto visivo; spesso c’è evitamento dello sguardo quando l’altro si avvicina. La madre in questi casi nega la presenza di qualsiasi tipo di disturbo nell’alimentazione del bambino; in molti casi la madre sviluppa questo tipo di interazione disfunzionale a seguito di un disturbo della personalità, dell’abuso di alcool o droghe o di una depressione acuta. 
Disturbo alimentare di separazione (anoressia infantile): si manifesta tra i sei mesi e i tre anni, durante il passaggio all’alimentazione autonoma. E’ caratterizzato da un persistente rifiuto del cibo o un’estrema selettività, e da un intenso conflitto nella relazione con il caregiver. Gli scambi interattivi, infatti, mostrano una vera e propria lotta per il controllo in cui l’ostinazione e la caparbietà del bambino si oppongono alle difficoltà della madre nel negoziare le risposte negative e conflittuali. Il rifiuto del cibo varia da pasto a pasto e in base al caregiver. La madre non è capace di rispondere in modo adeguato ai bisogni del figlio e risponde sempre in modo intrusivo (forza il bambino a mangiare quando è emotivamente stressato, lo distrae con il gioco per farlo mangiare anche quando è sazio ecc..)
Disturbo alimentare post-traumatico: si manifesta improvviso rifiuto del cibo dopo un evento traumatico (episodi di vomito ripetuti, procedure mediche e manipolazioni invasive..); di solito il pasto è preceduto da una forte ansia e da reazioni fobiche che si esprimono attraverso il pianto e le proteste. Questo disturbo è solito manifestarsi all’improvviso in bambini che prima non avevano alcun tipo di problema. I genitori, preoccupati, diventano ipersolleciti nei confronti del bambino che, di conseguenza, accentua i comportamenti di dipendenza chiedendo ad esempio di poter dormire nel loro letto.

Tale modello sottolinea l’interdipendenza tra temperamento del bambino e personalità del caregiver all’origine di pattern interattivi disfunzionali. In particolare è possibile osservare come le caratteristiche di questi bambini (ostinazione, caparbietà...) si contrappongono alla vulnerabilità delle loro madri nel far fronte alle risposte negative e conflittuali che emergono durante le interazioni. Alcune madri potrebbero vivere dei sentimenti di insicurezza oppure avere aspettative elevate circa il loro ruolo, spesso misurano la loro competenza sulla base di quanto e come il loro bambino mangia. Di conseguenza se la mamma ha difficoltà a leggere in modo corretto i bisogni del figlio, quest’ultimo assocerà il momento del pasto e dell’interazione con la madre a stati emotivi negativi e diventerà difficile per lui regolare il bisogno di cibo a partire dalle sensazioni fame-sazietà e distinguere queste dalle esperienze emotive di frustrazione, rabbia o desiderio di richiamare l’attenzione del caregiver. Il bambino potrebbe quindi rifiutare il cibo quando il suo comportamento alimentare è condizionato dalla rabbia e dalla lotta emotiva.


Bibliografia
Ammaniti M. (2001). Manuale di psicopatologia dell’infanzia. Raffaello Cortina.
Ammaniti M., Lucarelli L., Cimino S. (2004), Trasmissione intergenerazionale: Disturbi alimentari infantili e psicopatologia materna, Italian Journal of Psychopathology, 10, pp. 127-129.
Zero-To-Three: National Center for Infants, Toddlers and Families, Washington DC USA, 2005.